Ridare interezza al mondo che abitiamo
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Ridare interezza al mondo che abitiamo

La scorsa settimana abbiamo camminato da San Benedetto del Tronto ad Alba Adriatica passando per la spiaggia e seguendo quella che a noi piace chiamare, in omaggio a Pasolini, la lunga strada di sabbia. È stato un cammino in due tappe San Benedetto Martinsicuro, sabato 2 dicembre, e Martinsicuro Alba Adriatica domenica 3 dicembre. Noi di ikonemi, Serena e Daniele, abbiamo camminato insieme e Nicolò, Tony, Melissa e Guido.

Quanto segue è un diario-commento di Serena Marchionni, co-curatrice e ideatrice di #lungastradadisabbia.

Camminare serve a ridare interezza al mondo che abitiamo. Al giorno d’oggi la maggior parte di noi vive in una serie di interni, la casa, l’automobile, l’ufficio, spazi del comfort in cui il corpo viene comodamente dimenticato per assecondare la logica dell’efficienza. A piedi ogni cosa resta collegata all’altra e lo spazio del tragitto diventa abitabile e non più escluso.

L’imperativo della produttività costringe a muoversi velocemente, da un obiettivo misurabile all’altro, e a lasciare da parte tutti quei piaceri che rientrano nel non fare niente di particolare, come distrarsi, fantasticare, vagabondare (Solnit, 2000).

Camminare invece che consumare equivale a guadagnare tempo, a costruire uno spazio di condivisione, mobile, partecipato, non in vendita. Questo il senso dell’andare a piedi, insieme, lungo la strada di sabbia.

La prima tappa, sabato mattina, è stata un bagno di sole e di vento. Vento forte e incessante da sud-ovest, il garbino. La superficie sabbiosa, appiattita dalle opere periodiche di rastrellamento necessarie alle attività balneari, iniziava a incurvarsi crescendo o digradando dal livello del mare, come se potessero sorgere nuove dune. Esporsi al freddo e al vento di questa giornata soleggiata ha subito riportato ognuno di noi alla natura fragile ed esposta del proprio corpo. Uscire dagli interni e condividere lo spazio aperto è un gesto radicale, porta a pensare e vivere lo spazio pubblico, a misurarne l’erosione e l’oblio. A verificare quanto di quello spazio è stato pensato per le persone e quanto per le automobili, quanto asseconda il mito dell’efficienza e viene trasformato per promuovere l’accumulo di profitto privato e quanto è stato programmato per la pubblica e libera fruizione. Tanto spazio pubblico non è nemmeno programmato, è lasciato aperto, indeterminato, esposto ed eroso perché di tutti e di nessuno.

Quando lo spazio pubblico scompare, eroso dal mito del profitto, scompare anche il corpo di chi va a piedi, di chi usa, o è costretto a farlo, quel corpo come mezzo di spostamento (Solnit, 2000).

San Benedetto del Tronto percorsa nella sua lunghezza e vista dalla spiaggia è una città che ha ceduto quanto più spazio pubblico possibile alla monocultura turistica. La forma degli stabilimenti, i corridoi strettissimi di spiaggia libera raccontano la storia di uno sviluppo non lineare e progressivo, che via via ha concesso sempre maggior spazio demaniale all’interesse privato, nella convinzione che la crescita economica diffusa fosse compensazione sufficiente a ciò che si lasciava a pochi.

Per tutto il litorale sambenedettese gli stabilimenti in inverno sono spazi chiusi, escludenti, impercorribili, che isolano la strada di sabbia dalla città. È l’architettura della privatizzazione, formalmente temporanea, dello spazio demaniale. Recinti, reti metalliche, pannelli isolanti in legno e materiali plastici, saracinesche, teli da cantiere, cancelli in ferro battuto fissati saldamente al terreno, chiavistelli, lucchetti, catene, assi di legno chiodate. Questi gli innumerevoli dispositivi della chiusura che raccontano tanto della paura dell’altro, della protezione di uno spazio percepito come proprio, privato, più che pratiche di cura del territorio comune. In linea d’aria avremmo dovuto percorrere dieci chilometri al giorno, questo quello che si prevedeva leggendo la mappa, che descrive la sabbia e il tragitto a piedi come una linea senza esitazioni. Camminare la lunga strada di sabbia è lasciare l’efficienza del percorso più breve e scegliere l’indeterminatezza del vagare, trasformare quella traiettoria in spazio d’esplorazione. A fine giornata i nostri navigatori satellitari segnalavano che avevamo raddoppiato i chilometri previsti, divagando in rizomi e spirali lungo la sabbia.

Prima della riserva Sentina sono le case ad affacciarsi sulla sabbia e non più gli stabilimenti balneari; qui ognuno mette in atto strategie per godere e proteggersi della vicinanza al mare-Approcci simili e differenti si alternano al cambiare di ogni proprietà, testimoniano il desiderio condiviso di proteggere e assicurarsi uno spazio per sé. Il cortile con l’occorrente per mangiare fuori, il barbecue, il tavolino con la tovaglia di plastica, le sedie accatastate. Il giardino rigorosamente recintato, ma non coperto da cui poter vedere il mare, arredato con i cimeli che ricordano l’appartenenza a qualche professione marittima, un salvagente, una lampada delle lampare convertita in lampadario, un remo. Rose, palmette, pitosfori, prendono il posto di agave e oleandri lasciati a svernare in vasi neri al limitare dei recinti degli stabilimenti.

Muoversi a piedi significa lasciare spazio alla scoperta, avere la possibilità di trovare quello che non si conosce e non si sa di cercare. La zona di foce del fiume Tronto non è pensata per essere attraversata a piedi, l’idea di un ponte pedonale che colleghi le rive delle due regioni è spesso immaginata e sempre rimandata, l’unica via percorribile è quella destinata alle automobili, la statale sedici. Sabato abbiamo scoperto altre vie: come quella dei canali per lo scorrimento delle acque, piovane e fluviali (in caso di piena), che attraversano la cesura della ferrovia oppure si può seguire la via dei binari e attraversare, come abbiamo visto fare da alcuni ciclisti e pedoni, il ponte dei treni sul Tronto.

Tutti i piccoli incidenti e sorprese lungo il percorso, deviazioni, inciampi, cadute incontri con animali mi rendevano vigile, allontanandomi dal flusso dei pensieri, per riconnettermi col paesaggio e col corpo che abito. Appena passato il fiume, tutto cambia. La densità delle cose da Martinsicuro ad Alba Adriatica è rarefatta, gli stabilimenti si diradano e alternano con dune e piccole riserve. I palazzi sono più bassi, la città è breve e lascia spesso il posto al paesaggio agricolo.

Uno stormo di migratori, che non ho saputo riconoscere, condivide il nostro percorso, sono centinaia si muovono insieme appoggiandosi ora su un alto pioppo ora su una palazzina residenziale multipiano in prima fila sul lungomare.

A Martinsicuro alcuni hotel sono impiegati per offrire ospitalità e rifugio a centinaia di profughi di guerra ucraini, qui, come nel caso dei terremoti marchigiani del 2016, lo spazio turistico della costa viene riadattato ad abitazione emergenziale. L’hotel che ci indicano come dedicato a questo scopo è giallo e ha una struttura a cavea e si trova sulla strada parallela immediatamente dietro il lungomare.

Sono sicura che il nostro camminare è una deviazione sovversiva all’ordinario quotidiano, l’occasione per esplorare il mondo sotto casa ed assemblare un paesaggio di idee ed esperienze sia dei luoghi sia di chi abita e/o cammina.

Riferimenti: Rebecca Solnit (2000), Storia del camminare, Ponte alle Grazie (pp.5-38).

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